Bella Ciao

Bella Ciao

Le molte vite di “Bella ciao”: dalle ballate popolari alla musica yiddish, fino all’inno della Resistenza

Poche canzoni hanno attraversato confini, lingue e generazioni quanto Bella ciao. È stata cantata nelle manifestazioni antifasciste, durante rivolte e movimenti democratici, nei teatri, nelle piazze e perfino nelle serie televisive. Eppure, nonostante la sua fama universale, ricostruirne la nascita è tutt’altro che semplice.

Non esiste infatti un manoscritto originale, non conosciamo con certezza l’autore delle parole e non possiamo attribuire la melodia a un unico compositore. Bella ciao è piuttosto il risultato di una lunga sedimentazione: frammenti di ballate italiane, formule melodiche popolari, canti militari, repertori yiddish dell’Europa orientale e successive rielaborazioni politiche confluiscono in una canzone che ha assunto la forma oggi conosciuta soprattutto nel secondo dopoguerra.

Parlare della sua “vera origine” significa dunque raccontare non una nascita precisa, ma un viaggio.

Il testo: dalla ballata amorosa alla morte del partigiano

Una delle radici più solide del testo viene individuata dagli studiosi nel repertorio delle antiche ballate epico-liriche dell’Italia settentrionale, in particolare in quella che il grande raccoglitore piemontese Costantino Nigra classificò con il titolo Fior di tomba.

Nelle varianti pubblicate da Nigra nei Canti popolari del Piemonte del 1888 ricorrono elementi che ritroveremo in Bella ciao: il risveglio mattutino, la partenza, la morte, la sepoltura e soprattutto il fiore che cresce sulla tomba, diventando il segno visibile del ricordo di chi non c’è più. L’antropologo Alberto Mario Cirese fu tra i primi a osservare sistematicamente il rapporto tra Bella ciao e questa famiglia di ballate, successivamente studiata anche da Cesare Bermani e Carlo Pestelli.

In Fior di tomba la vicenda è generalmente sentimentale: una giovane donna vuole seguire l’uomo amato, anche nella morte. Nella canzone partigiana, invece, il protagonista chiede di essere sepolto “lassù in montagna” e il fiore diventa il simbolo del sacrificio compiuto “per la libertà”.

Non si tratta quindi della semplice riscrittura di un unico canto precedente. È più corretto parlare della trasformazione di immagini poetiche antiche, trasmesse oralmente per generazioni e adattate a una nuova esperienza storica. Il fiore sulla tomba, da simbolo amoroso, diventa così un emblema civile e politico.

Anche alcune caratteristiche ritmiche e iterative — le ripetizioni, le formule del ritornello e il celebre “ciao, ciao, ciao” — sono state accostate ad altri canti tradizionali, tra cui La bevanda sonnifera e alcune filastrocche diffuse nell’Italia settentrionale. Per questo Carlo Pestelli ha paragonato la storia della canzone a un gomitolo formato da molti fili, nel quale è quasi impossibile individuare un unico punto iniziale.

La melodia yiddish incisa a New York nel 1919

Il capitolo più affascinante riguarda la somiglianza fra la melodia di Bella ciao e un brano strumentale del repertorio yiddish e klezmer intitolato Koilen o Koylen.

Nel 2006 Fausto Giovannardi, ingegnere e appassionato di musica, acquistò a Parigi una raccolta di incisioni storiche yiddish. Ascoltando Koilen, si accorse che una parte della melodia poteva essere facilmente sovrapposta all’incipit di Bella ciao. La registrazione era attribuita al fisarmonicista Mishka Ziganoff ed era datata 1919. Da quella scoperta nacque una ricerca che coinvolse studiosi e specialisti del repertorio musicale ebraico.

L’esistenza dell’incisione non è soltanto una notizia tramandata da articoli giornalistici. Il Recorded Sound Archive della Florida Atlantic University conserva la scheda del disco Columbia E4636: un 78 giri registrato nell’ottobre 1919, contenente Koilen, Dance e Bessarabia Doina, eseguiti da Mishka Ziganoff. La scheda archivistica, significativamente, non indica alcun compositore.

Anche lo Smithsonian Folkways include Koilen nella raccolta Klezmer Music: Early Yiddish Instrumental Music: The First Recordings 1908-1927, classificandolo come brano strumentale della cultura musicale ebraica ed attribuendo a Ziganoff esclusivamente il ruolo di esecutore alla fisarmonica.

Questo particolare è fondamentale: Mishka Ziganoff non può essere definito con certezza il “compositore originale” di Bella ciao. Non sappiamo neppure se sia stato lui a comporre Koilen. Le fonti discografiche lo documentano come interprete e incisore di un motivo già inserito nella tradizione musicale yiddish dell’Europa orientale.

Ziganoff proveniva da Odessa, città allora appartenente all’Impero russo e oggi situata in Ucraina, e lavorò come fisarmonicista nel vivacissimo ambiente musicale yiddish di New York. È quindi legittimo parlare di un importante antecedente odessita, est-europeo e yiddish della melodia. Sarebbe invece eccessivo affermare che Bella ciao sia stata composta in Ucraina o che Ziganoff ne sia l’autore.

Secondo le ricerche riferite da Fausto Giovannardi, Koilen sarebbe legato a una canzone yiddish conosciuta come Dos zekele koyln, traducibile approssimativamente come “il sacchetto di carbone”, della quale esistono altre incisioni dei primi anni Venti. Rod Hamilton, studioso legato alla British Library, individuò registrazioni vocali attribuite ad Abraham Moskowitz e Morris Goldstein.

L’etnomusicologo Renato Morelli ha inoltre accostato Koilen a un altro motivo yiddish, Di silberne khasene, “le nozze d’argento”, costruendo nelle proprie ricerche e interpretazioni musicali un percorso comparativo tra questi brani e Bella ciao. Anche in questo caso, tuttavia, si tratta di parentele e circolazioni melodiche, non della dimostrazione di una derivazione lineare e incontestabile.

Le melodie popolari viaggiano senza passaporto: vengono ascoltate, ricordate, modificate e adattate. Il motivo inciso da Ziganoff potrebbe essere arrivato in Italia attraverso emigranti rientrati dagli Stati Uniti, musicisti itineranti, dischi o repertori militari. Non possediamo però il documento capace di ricostruire questo passaggio.

Fu davvero la canzone delle mondine?

Per molti anni è stata raccontata una storia semplice: prima sarebbe nata la versione delle mondine, dedicata al duro lavoro nelle risaie, e successivamente i partigiani ne avrebbero trasformato le parole.

Questa ricostruzione deriva soprattutto dalla testimonianza della cantante popolare Giovanna Daffini. Nel 1962 Daffini cantò davanti ai microfoni dei ricercatori Gianni Bosio e Roberto Leydi una versione che cominciava con le parole “Alla mattina appena alzata, in risaia mi tocca andar”. La cantante sostenne di averla conosciuta durante il lavoro nelle risaie piemontesi prima della guerra.

Qualche anno dopo, però, Vasco Scansani, bracciante, sindacalista e autore di canti popolari, rivendicò la paternità di quel testo, dichiarando di averlo scritto nel 1951 per una manifestazione di mondine. Le successive verifiche portarono a riconoscere a Scansani la composizione delle parole e a Daffini il merito di aver dato al brano la sua forma interpretativa più celebre.

La versione delle mondine che conosciamo, pertanto, non può essere considerata con sicurezza l’antecedente diretto della canzone partigiana: nella forma resa famosa da Daffini è probabilmente posteriore alla guerra.

Questo non significa che la melodia o formule simili non circolassero già nelle risaie. Significa soltanto che bisogna distinguere il repertorio orale delle lavoratrici dal testo specifico composto da Scansani negli anni Cinquanta.

Roberto Leydi, Sandra Mantovani e la costruzione del mito

Una parte decisiva della storia di Bella ciao appartiene a Roberto Leydi, considerato uno dei padri dell’etnomusicologia italiana, e a sua moglie Sandra Mantovani, cantante, ricercatrice ed esperta di spettacolo popolare.

Leydi e Mantovani si sposarono nel 1953 e condivisero per decenni ricerche, raccolte sul campo, pubblicazioni e spettacoli dedicati alle tradizioni musicali italiane. Mantovani non fu semplicemente “la moglie di Leydi”, ma una protagonista autonoma del folk revival, capace di studiare le tecniche vocali dei cantori contadini e di riproporle senza trasformarle in canto lirico o in folklore da cartolina.

Nel 1964, al Festival dei Due Mondi di Spoleto, debuttò lo spettacolo intitolato proprio Bella Ciao, curato da Roberto Leydi e dal regista Filippo Crivelli, con testi di Franco Fortini. Sul palcoscenico erano presenti, fra gli altri, Giovanna Daffini, Sandra Mantovani, Giovanna Marini, Caterina Bueno, Michele Straniero e il Gruppo Padano di Piadena.

La versione delle mondine apriva lo spettacolo; quella partigiana lo concludeva. Il recital provocò polemiche, denunce e un enorme dibattito pubblico, ma fu proprio quello scandalo a trasformare un canto ancora relativamente poco conosciuto nella canzone simbolo della Resistenza italiana.

Sandra Mantovani aveva già inciso Bella ciao nel 1963 insieme a Fausto Amodei per i Dischi del Sole. La sua voce e il lavoro di Leydi furono quindi centrali nella fissazione e nella diffusione della forma musicale che sarebbe entrata nell’immaginario collettivo.

Quanto era cantata durante la Resistenza?

Anche su questo punto le ricostruzioni sono state spesso troppo categoriche. Non è corretto dire che Bella ciao fosse il principale inno dei partigiani tra il 1943 e il 1945. Il canto più diffuso nelle formazioni garibaldine era certamente Fischia il vento, scritto sulle note della canzone sovietica Katjuša.

La documentazione relativa a Bella ciao durante la guerra è molto più limitata. Cesare Bermani ha però raccolto testimonianze che ne attesterebbero l’uso, in alcune varianti, nella zona di Montefiorino già nella primavera del 1944 e tra i combattenti della Brigata Maiella, successivamente risaliti verso l’Italia settentrionale. Altri studiosi ne hanno segnalato la presenza in alcune aree dell’Emilia, dell’Appennino bolognese, delle Alpi Apuane e del Reatino.

La conclusione più prudente è che Bella ciao possa essere stata cantata da alcuni gruppi partigiani, ma non abbia avuto durante la guerra la diffusione nazionale che le è stata attribuita in seguito. La sua consacrazione come “inno della Resistenza” avvenne soprattutto tra gli anni Cinquanta e Sessanta, culminando nello spettacolo di Spoleto.

Bermani ha parlato a questo proposito di “invenzione di una tradizione”: un’espressione che non significa necessariamente falsificazione. Una comunità può scegliere, anche a posteriori, un canto nel quale riconoscere e rappresentare la propria memoria. Bella ciao, priva di riferimenti espliciti a un singolo partito e concentrata sull’invasore, sul sacrificio e sulla libertà, si prestava meglio di altri canti a rappresentare unitariamente le diverse anime della Resistenza.

Una canzone senza un solo autore

Alla domanda “chi ha composto Bella ciao?” la risposta storicamente più corretta rimane dunque: non lo sappiamo.

Il testo conserva immagini provenienti dalle ballate tradizionali italiane; la melodia presenta forti somiglianze con motivi yiddish e dell’Europa orientale; il disco inciso da Mishka Ziganoff nel 1919 costituisce un antecedente documentato, ma non prova che Ziganoff ne sia stato il compositore. La versione delle mondine resa celebre da Giovanna Daffini utilizza parole scritte da Vasco Scansani nel 1951, mentre la forma partigiana si sviluppò probabilmente attraverso una pluralità di adattamenti orali.

Roberto Leydi, Sandra Mantovani e il Nuovo Canzoniere Italiano non inventarono dal nulla la canzone, ma ebbero un ruolo fondamentale nel raccoglierla, interpretarla, metterla in scena e trasformarla in patrimonio nazionale.

L’origine di Bella ciao non si trova quindi in un unico luogo. Si trova nelle campagne piemontesi e nelle risaie padane, nelle montagne percorse dai partigiani, nella comunità yiddish dell’Europa orientale, nella Odessa di Mishka Ziganoff, nei locali degli emigrati di New York e nel teatro di Spoleto.

È proprio questa impossibilità di attribuirla a un solo uomo o a una sola nazione a renderla una vera canzone popolare: un’opera collettiva che ogni generazione ha ricevuto, modificato e restituito agli altri. Non appartiene a un unico compositore, ma alla storia di tutti coloro che l’hanno cantata contro un invasore, una dittatura o una forma di oppressione.

Fonti essenziali

Cesare Bermani, Bella ciao. Storia e fortuna di una canzone: dalla Resistenza all’universalità delle resistenze, Interlinea, 2020.

Carlo Pestelli, Bella ciao. La canzone della libertà, ADD Editore, 2016.

Stefano Pivato, Bella ciao. Canto e politica nella storia d’Italia, Laterza, 2007.

Maria Antonietta Epifani, “Bella ciao: una narrazione mai conclusa”, Treccani, 24 aprile 2023.

La vera storia di Bella ciao”, Treccani, 6 maggio 2016.

Recorded Sound Archives, Florida Atlantic University, scheda del disco Columbia E4636, Koilen, Dance, Mishka Ziganoff, ottobre 1919.

Smithsonian Folkways, Koilen, Mishka Ziganoff, nella raccolta Klezmer Music: Early Yiddish Instrumental Music: The First Recordings 1908-1927.

Istituto Ernesto de Martino, documentazione relativa allo spettacolo Bella Ciao del Nuovo Canzoniere Italiano.

Chiara Ferrari, “D come Donna. Come Dignità. Come Daffini”, Patria Indipendente, periodico dell’ANPI.

Jenner Meletti, “Da ballata yiddish a inno partigiano: il lungo viaggio di Bella ciao”, la Repubblica, 12 aprile 2008.

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